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"... la via che Andrea Capucci sta percorrendo presenta due caratteri di forte identità. Il primo è un rapporto amorevole, meravigliato, intenso con la tradizione pittorica del dopoguerra, che ancora riconosce all'opera quel carattere di autonomia e centralità poetica ora troppo spesso arbitrariamente messo in discussione dalla pratica degli "artmakers". La materia pittorica, il suo crescere e formarsi apparentemente svagato e lieve, è la sostanza in cui Capucci si identifica e alla quale infine riconosce piena responsabilità d'immagine.
Il secondo è il riferimento a un'idea fortemente lirica, di sottile microemotività della pratica che s'inscrive in una vicenda che corre da Fautrier a Licini a Tuttle. Non c'è, insomma, in queste sequenze di fogli, ciascuno così pieno di sè e insieme provvisorio, fluttuante, l'orgoglio arrogante dell'asserzione ultimativa, l'affermazione di una padronanza stilistica di sapore ideologico. Capucci chiede alle sue immagini frammenti di stupore, aromi, umori: leggeri, trasparenti e persistenti..."

 

Flaminio Gualdoni